Cercando una definizione adatta da dare al W.e.s.t., potremmo partire da quella data dall’organizzazione:
Dark, Cold, Extreme
e poi andremmo avanti cambiando gli aggettivi senza tuttavia discostarci molto dal concetto espresso da quelle tre parole.

Eppure il West è molto di più, e non solo per noi che siamo fedeli partecipanti dalla prima edizione (se vuoi sapere com’è andata l’anno scorso leggi qui e qui)
(A proposito…. Ce ne sono altri con 4 partecipazioni? Perché a noi pare proprio di no… carissimi MiG, il prossimo anno sarà previsto un riconoscimento per le nostre nozze di legno, no?) –
Ma torniamo al tema principale.
Il West è un contest incastonato in un paesaggio che definire bello è riduttivo. Il freddo non è un handicap ma appare più come il giusto prezzo da pagare per il privilegio di essere lì.

Soprattutto, il West, che ormai abbiamo imparato a conoscere, ha un caratterino mica da ridere.
Avete presente quei duri dei film, quelli permalosi, anche un po’ stronzi, che se provi a domarli ti fanno male?
Il West è esattamente così.
Uno di quei cattivi tuttavia talmente intelligenti, che per scrollarsi di dosso questa brutta nomea, regalano favole.
Ma ci arriveremo più avanti.
Il nostro West iniziava con lo spirito giusto. Carichi come una molla, forti dei risultati dell’anno scorso e dei confortanti test invernali, ma nello stesso tempo sereni, e decisi a far sì che questa gara, come da consuetudine, non fosse “solo” una gara, ma prima di tutto un’esperienza.
Non ci sono altri modi per affrontarla indenni, credeteci.
Contrariamente alle nostre abitudini, questo contest lo abbiamo affrontato con dei tempi più rilassati. Arrivo venerdì, partenza lunedì, hotel con mezza pensione, furgone con il necessario (perché avere anche il superfluo pareva brutto), anzi, forse non proprio con tutto il necessario.
Il venerdì il furgone lasciava la Bros hog Logistics con Carlo e Donatella (il piano “west experience” prevedeva anche la presenza delle mogli), Alessandro sarebbe saltato a bordo a Bolzano, dopo qualche ora di treno, mentre Andrea ci avrebbe raggiunto con Chiara e la bellissima Smoky in serata.

Viaggio perfetto, sole splendido, d’altronde previsto così per tutto il weekend.
All’arrivo, io e Ale decidiamo di scaricare subito il furgone, e con l’aiuto di Donatella in circa un quarto d’ora il grosso della nostra postazione era a posto. A cena finalmente ritroviamo Doc, Chiara e i BBQ Geeks, aka Pietro Bonacorsi e Matteo Tarozzi, nostri amici che si stanno impegnando molto nel far convivere l’american barbecue e la cucina tradizionale italiana, offrendo consulenze a diversi ristoranti.
Bel feeling, belle idee e bellissimi progetti.
Se avete un ristorante non potete non chiamarli per sentire cosa hanno da dirvi.
Il sabato, finalmente insieme, posavamo i piedi ufficialmente sul campo gara.
Una volta incontrato il nostro amico, macellaio e sponsor Federico Dal Lago, ritirata la carne, passata la meat inspection e trimmata, era l’ora di un momento storico per gli appassionati di griglia italiani.
La prima gara SCA (Steak Cookoff Association) italiana.

Un circuito a sé stante, che al venerdì aveva visto la certificazione di diverse decine di nuovi giudici italiani, e che prevede la cottura e valutazione di una bistecca (tipicamente una ribeye), unitamente ad una o più categorie accessorie (ce ne sono molte, in questo caso era l’hamburger).
Chiunque ci conosca sa che abitualmente non facciamo le categorie extra, in quanto preferiamo concentrarci sulle categorie ufficiali KCBS, ma in questo caso si trattava di una gara al sabato, per la primissima italiana di un nuovo circuito. Nonostante non fossimo minimamente preparati sull’argomento, non avendo potuto nemmeno partecipare alla judging class, decidiamo di iscriverci in ogni caso per supportare l’evento.
La gara SCA funziona grossomodo così:
I team iscritti si incontrano al cooks meeting, durante il quale ogni team leader estrare una pallina contrassegnata da un numero. A quel punto, in ordine numerico, i team passano a visionare le bistecche disponibili e ne scelgono due. Noi siamo stati così baciati dalla fortuna da estrarre l’ultimo numero, dovendoci così accontentare di scegliere tra le pochissime bistecche rimaste. Pur essendo tutte ribeye con una discreta marezzatura, e di pari dimensione e spessore, c’erano evidenze particolari riguardanti il fascio muscolare (così ci hanno raccontato in seguito alcuni partecipanti alla judging class) che rendevano una bistecca migliore dell’altra. Ovviamente noi non partivamo con il piede giusto.
Mettiamo nel box una bistecca onesta, non straordinaria ma buona al nostro palato, tuttavia non abbiamo la più pallida idea del fatto che possa essere più o meno valida ai fini dei parametri SCA.
Poco dopo la consegna, qualche dubbio iniziamo a togliercelo.
Il campione europeo 2017, infatti, molto gentilmente viene a farci assaggiare la bistecca che non aveva consegnato. Rispetto alla nostra, un altro mondo. Non si tratta semplicemente di dire che era più buona, anche se la tenderness e la moistness erano pazzesche, quanto sottolineare la realtà di una bistecca “diversa”, e molto.
Bisogna avere l’umiltà di accettare che partecipare ad un contest presuppone la conoscenza dello stesso, o quantomeno una adeguata preparazione, anche se si tratta “solo” di una bistecca (si Doc, lo avevi detto).
Con la nostra bistecca buona ma anonima ci piazziamo 14 su 24 team, migliori italiani gli Italian Style, quarti.
Archiviata la SCA, era ora di andare a riposare, il giorno dopo bisognava fare sul serio.
Sveglia alle 4.30, alle 5 sul campo gara.

Il contest dell’anno scorso ci aveva lasciato dei segni permanenti. Trovare, al mattino, la carne CONGELATA non potevamo permettercelo, non ancora, per cui le nostre attenzioni prima della partenza erano rivolte prevalentemente a risolvere questo problema. Fino a questo momento le nostre carni avevano trovato asilo presso la casetta degli Sticky Fingers, dotati di super stufetta a gas (giusto per la serie che i team si accoltellerebbero), ma il nostro programma prevedeva, a questo punto, di riportarle a casa e metterle in isobox unitamente a dei banali sacchetti di gel, scaldato dentro una chafing dish, nostro UNICO dispositivo elettronico (ci siamo pure dimenticati le luci). Peccato che dopo circa mezz’ora, quando il gel non si era ancora quasi nemmeno scongelato, sia andata via la corrente. Durante il cooks meeting erano stati molto chiari. Avete 1 kw a testa, fatevelo bastare perché se salta non possiamo riaverla fino a lunedì. Ovviamente la mamma dei fenomeni è sempre incinta, e questo è stato il risultato. No chafing dish, no gel caldo. Siamo riusciti più o meno a renderli tiepidi sfruttando l’acqua calda in bagno, ma come al solito ci trovavamo a rappezzare.
Senza elettricità però significava anche un’altra cosa, ovvero “senza luce”, ed io dovevo ancora lavorare di coltello sul pollo (lo faccio sempre al mattino dopo aver messo in cottura il brisket).
Con la casetta al buio, non ho potuto fare altro che prendere il mio tagliere e spostarmi di qualche metro verso la zona bar, che per fortuna era collegata su un’altra linea e ancora illuminata.
Nonostante tutto, le cotture scivolano via molto molto meglio dell’anno scorso.
Nessun problema reale, nessun inconveniente grave (l’insalata congelata e montata tipo Lego non conta).
Il momento dei turn in diventa paradossale.
Non avendo la casetta riscaldata, ci rendiamo conto che ha poco senso sfruttarla, con il rischio peraltro di scivolare sul pavimento in legno.
Pertanto, approfittando della bella giornata, ci apprestiamo a fare i box fuori, sotto un gazebo senza pareti alla bellavista di chiunque passasse.
Dapprima abbiamo lavorato sotto lo sguardo di qualche amico, ma non appena i profumi hanno cominciato a farla da padroni, intorno al nostro gazebo si è creata una calca innaturale.

Peccato che ben presto quel “intorno al gazebo” sia diventato un “sotto il gazebo”. Mi ero preparato la postazione per tagliare il brisket e non riuscivo ad accedervi perchè avevo davanti gente.
Allucinante. Ma la cosa che mi sorprende di più forse è stato l’aplomb inglese con cui abbiamo affrontato il tutto, continuando a fare quello che dovevamo fare senza preoccuparci minimamente di chi ci fosse, dove fosse, cosa vedesse.
Anche in questo siamo cambiati molto, in meglio, credo.
Riusciamo a consegnare un buon pollo, forse un po’ troppo mediterraneo ma a mio palato tecnicamente più che valido, ribs tra le migliori degli ultimi 6 mesi, un pork in linea con gli ultimi ottimi pork del 2017 e un brisket da standard Bros hog.
Dopo la consegna, qualche chiacchiera con i team vicini, con il nostro sponsor Martin Tschuchnigg di Grillgold, e subito all’opera per riassettare.

Il vantaggio di viaggiare in stile minimalista Bros hog è che con due viaggi avevamo ricaricato il furgone.
Giunti alle calls, il chicken e le ribs passano sorprendentemente senza sentire il nostro nome, né quelli dei team “più accreditati”, tanto che il nostro amico Richard di iQ si avvicina con aria pensierosa. Il pork ci regala l’ennesimo secondo posto del nostro Doc, ed il brisket si piazza quinto, pagando probabilmente le burnt ends “finger food” dovute ad un point grande come un saccottino.
In tutto ciò gioiamo per il 1 posto Brisket del nostro amico Fausto Maiocchi dei Barktenders, applaudiamo il primo 180 dato al West a Matt Barber (direttamente dall’Alabama) in categoria Ribs, ma forse fa ancora più rumore il non sentire il nome di iQ e Barktenders sul pork (rispettivamente 1 e 2 in Europa).
Tra i tanti nomi “nuovi” sentiti durante le calls, ricordiamo di aver sentito spesso quello dei Griller Instinct – Pirates of BBQ, arrivati 1 nel Pork e piazzatesi anche su chicken e brisket.
Mentre scorrono le chiamate per gli overall, sentiamo immediatamente chiamare iQ, decimo, noi chiudiamo al 8 posto, gli Sticky Fingers al 7. Eravamo le teste di serie del contest (escluso ovviamente l’eccellente Matt Barber, fuori classifica).
Noi che pensavamo di avere capito, siamo stati puniti dal West, che ci stava preparando per una delle sue belle favole.
Salendo, molti team austriaci o svizzeri, ma infine, la bandiera tricolore che sventola alta per il 7 team italiano a vincere un titolo di Grand Champion: Griller Instinct!
E questi buontemponi come decidono di festeggiare il loro primo GC? Non essendoci!!!! Per malanni vari avevano deciso di ripartire prima, e si sono dovuti accontentare di ascoltare la lieta novella con una nostra telefonata, con cui siamo riusciti a passargli Haymo direttamente sul palco! Assurdo…
Noi siamo particolarmente felici della loro vittoria, in parte perché la vittoria di team “outsider” fa sempre benissimo al movimento, perché dimostra che il nome non è sufficiente a vincere un bel niente e tutti possono ambire al gradino più in alto, ma soprattutto perché i Griller Instinct si sono vestiti della nostra filosofia. Armando, il team leader, è stato un partecipante al nostro primo bootcamp, tenutosi proprio a Campo Tures a maggio. E’ stato il primo ad arrivare al mattino, è stato il primo a dire con molta onestà di essere rimasto folgorato da quanto aveva assaggiato, è stato il primo a decidere istantaneamente che quella sarebbe stata la strada che avrebbe seguito. Nei mesi successivi ha fatto un numero abnorme di test, mettendoci al corrente di molti di questi sul gruppo privato che abbiamo riservato ai nostri bootcamp, e parlandone talmente tanto con i propri compagni di team da convincere anche Emiliano ad iscriversi alla seconda edizione, tenutasi a novembre. Questi ragazzi hanno lavorato sodo ed io so perfettamente che sentiremo ancora i loro nomi.
Se noi eravamo destinati a non vincere, siamo davvero felici che siano stati loro.
Come gli abbiamo già detto in privato, tuttavia, oggi sono ufficialmente diventati grandi e sono quindi nella ristretta ed elitaria lista dei team italiani che vogliamo mettere dietro.
Noi, a dispetto del risultato, torniamo a casa veramente felici e soddisfatti delle nostre cotture.
Rispetto al West 2017 perdiamo 2 posizioni ma garantisco che l’anno scorso lasciavamo il campo gara con molti più dubbi. Noi metteremmo la firma per cucinare sempre esattamente ciò che abbiamo cucinato durante questo contest.
Ringraziamo i nostri Sponsor:
Eurofokus
Oh My Rub!
Macellerie dal Lago
Forcellini Allestimenti
Grillgold
La cosa bella di quest’anno è che non dovremo attendere aprile per calcare nuovamente il campo gara, ma ci rivedremo tra un mese per un’altra gara estrema, la prima su un lago ghiacciato, a Weissensee, in Carinzia.
#wearebroshog









