L’ American Royal, World Series of Barbecue, è una magnifica esperienza della quale siamo quasi agli sgoccioli.
Allora, un pò per raccontarvi qualcosa, un pò per fissare meglio i ricordi, inizio una serie di post sul nostro viaggio, ognuno tematico, relativo alle cose che ci hanno colpito in questi splendidi 10 giorni.
Questo quarto post è dedicato alla competizione, ovvero “il paradigma di Tuffy Stone”.
A questo tengo particolarmente, poiché è una delle grandi eredità che ci portiamo dietro dall’American Royal. Vi prego di condividerlo, di commentarlo, anche di dissentire se credete. Non cerchiamo consensi, ma vogliamo sviluppare una sana discussione su questo tema, perché appare come uno degli step da superare per far crescere davvero questo movimento.
Chiunque abbia partecipato, giudicato, o sia semplicemente appassionato di gare di barbecue, sa che si concludono con una classifica.
Noi, per la prima volta nella nostra storia di competizioni, ci avvicinavamo ad una gara senza alcuna pressione addosso, senza pretese di call, ma non senza obiettivi.
Il primo obiettivo, quello che DOVEVAMO portare a casa, era di non arrivare tra gli ultimi. Ce lo dovevamo.
L’obiettivo più ambizioso, invece, era arrivare nella famosa parte di sinistra della classifica.
D’altronde era una gara di prime volte, non conoscevamo il flavour profile, non conoscevamo la carne che avremmo cucinato, non conoscevamo il dispositivo che avremmo usato.
I test nei vari ristoranti, anche famosi, ci avevano rassicurato soprattutto sul taste, non troppo diverso dal nostro. Era sempre tutto molto bilanciato, pulito, nessun eccesso di dolce o di speziato, nessuna punta di fumo. Ci sentivamo tranquilli da questo punto di vista, anche se ci aspettavamo di trovare ben altro in gara.
Per la prima volta, oltretutto, dovevamo affrontare due competizioni una dietro l’altra. A tavolino decidiamo di puntare tutto sulla prima delle due, la Invitational. Perché la reputavamo la più prestigiosa, perché aveva meno team, quindi meno variabili, perché sapevamo che il “day after” saremmo stati stanchissimi e probabilmente meno lucidi. Scegliamo il miglior brisket di wagyu, le migliori ribs, due butt di duroc, e…beh, il pollo è sempre pollo…
Iniziamo a cucinare.
L’obiettivo era a questo punto giocarsela alla nostra maniera, non fosse altro per capire quale fosse il nostro posto reale nel barbecue dei grandi. Avevamo portato con noi Oh My Rub, e volevamo renderlo protagonista.
La mattina dopo completiamo le nostre preparazioni. Ci troviamo molto soddisfatti di pork e ribs, con un pollo “standard” e un brisket non perfetto, ma non poteva essere altrimenti considerando che fino a pochi mesi fa se ne occupava Tom.
Tornando, dopo la consegna dei box, abbiamo modo di assaggiare le preparazioni del Team Big Poppa, e se lato taste non le troviamo troppo diverse dalle nostre, lato tenderness…. BOOOOM!!
Personalmente accuso il colpo e comincio a sentirmi fuori posto.
Nel tardo pomeriggio finalmente arriva il momento degli awards. Dopo una bella cerimonia con tanto di inno nazionale, finalmente vengono chiamati i primi team. Nessuna call per noi, prevedibile, ma inspiegabilmente nessuna call anche per team famosissimi come Cool Smoke di Tuffy Stone o Jack’s Old South di Myron Mixon.
Qualche minuto dopo, gli score si svelano nella loro interezza, e ci troviamo, su 180 team, al 125 posto, con lo splendido 21 posto in categoria pork.
In tutta onestà, scorrevamo la classifica partendo dal basso, e arrivati al posto 131 abbiamo dovuto leggere due volte… Cool Smoke, fresco vincitore del Jack, era lì, dietro di noi.
Qualcosa non ci tornava…
Potevamo sentirci più forti di Cool Smoke?
Ahah.. nemmeno nel più entusiasmante dei sogni…
Poteva questo risultato scalfire la grandezza di Tuffy Stone?
Assolutamente no!
Quando, il giorno dopo, ci troviamo a chiacchierare con Chris Lilly, da un lato incassiamo i suoi complimenti per la prestazione del doc, dall’altro gli chiediamo come si spiega l’assenza sul palco di questi grandissimi nomi.
Ci sorride come io sorrido a mio figlio quando mi fa domande per me banali, e ci risponde
“ma secondo voi Tuffy ha cucinato male?”
E ride…
No, certamente Tuffy non ha cucinato male, ed è assolutamente impossibile che noi abbiamo cucinato meglio.
E allora il senso di tutto questo dov’è?
Il senso ce lo spiega proprio il papà di Tuffy, George, il giorno dopo la premiazione, nel suo post di saluto.
Tra le altre cose, infatti, ci confida quanto detto a Tuffy dalla madre…
Il virgolettato era esattamente questo:
“l’altra settimana è toccato a te, questa settimana è toccato a qualcun altro”.
Stop, fine, non c’è nient’altro da dire. Questo è il gioco.
Ma se tutto fosse davvero una lotteria, che senso ha spendere soldi, fare training, impegnarsi, arrabbiarsi?
Io mi sono dato una mia personalissima risposta, che vi propongo e vi prego di commentare.
Il doc, chiacchierando, ci faceva notare come, nelle analisi di laboratorio, il risultato sia sempre affiancato da un range di riferimento, indispensabile per compensare eventuali errori impossibili da calcolare. E un range sarebbe probabilmente la cosa più esatta per descrivere la “potenziale qualità” di un team. Ma, un range non consentirebbe di stilare una classifica. Come potremmo averla se il team A vale da 680 a 690 e il team B da 670 a 685? Si accavallerebbero.
In quel range si muovono i giudici, ovvero la nostra variabile, e come ogni variabile, è un valore fuori dalla nostra portata.
Questo non significa però che non abbiamo controllo.
Per restare a casa nostra, se i Bros Hog partecipassero a tutte le gare di Cool Smoke, probabilmente arriverebbero dietro nel 99% dei casi. Nella stessa misura, se i Bros Hog facessero tutte le gare di “amici grigliatori della domenica”(spero non esista un team con tal nome) probabilmente vincerebbero il 99% delle gare. E questo, giudici o non giudici.
Come può accadere? Perché con l’impegno, le prove, l’esperienza, la qualità, è possibile mettere tra un team A e un team B un gap più ampio della variabile, una distanza tale che anche un eventuale operato errato dei giudici non possa impattare, perché, parliamoci chiaro, un 9 può diventare 8, non 6, e un 6 può diventare 7, forse 8, non 9. Questo è il motivo per cui ha sempre senso lavorare per migliorarsi. Sul resto non ci si può fare nulla.
Pensate ad una gara di pesca, a chi prende l’esemplare più grosso. Con l’esperienza potete scegliere l’angolo di lago perfetto, l’amo più adatto, l’esca più gustosa… potrete sicuramente evitare che abbocchi un pesce di 5 cm, ma se voi prendete quello da 30, e il vicino quello da 35, è fortuna, caso, o semplicemente sport.
Per questo è giusto godere di un risultato, sacrosanto… chiunque compete per una gratifica!
Ma non dimentichiamo mai che un posto in più o in meno nel ranking non significa essere migliori o peggiori, significa solo che quel giorno lì, semplicemente, è stato il nostro turno, come diceva la mamma di Tuffy.
Gli americani questo lo hanno ben chiaro. Hanno avuto più tempo per metabolizzare, o forse fa più parte della loro cultura, ma loro SANNO che oltre i box, oltre gli awards, ciò che resta è funny.
A partire dai nomi dei team, spesso al limite del ridicolo o dell’osceno, creati appositamente per scatenare veri e propri boati durante le call, per finire ad una nonnina, chiamata telefonicamente, in diretta dal palco, per comunicarle che il dolce da lei preparato aveva vinto il primo posto dessert.
La sua risposta, ad altoparlanti unificati, è stata semplice:
ARE YOU FUCKIN KIDDING ME?
Questa è la risposta che la signora ci suggerisce di dare a chiunque prenda tutto troppo sul serio…
Are you fucking kidding me???
It’s just fun guys…
Questa è l’unica realtà








